La complessa sindrome dell'educatore

di Maurizio Mozzoni



Poco più di un anno fa è uscita la prima edizione di un piccolo libro che, incredibilmente anche per noi che ne eravamo gli autori, è diventato un successo editoriale nel campo del lavoro educativo.

Mi riferisco ad “Educatori, sfruttati, malpagati, ricattati”.

La pubblicazione del libro ha permesso a noi, educatori e attivisti milanesi per i diritti dei lavoratori del sociale, di girare l’Italia e di conoscere centinaia di colleghi sparsi nella penisola, di raccogliere storie, di entrare in battaglie geograficamente lontane ma, nei fatti, vicinissime a quelle che combattevamo o cercavamo di combattere nei nostri territori.

Il sociale è malato di una serie di malattie anzi, sarebbe più corretto dire, di una serie di sindromi correlate che rendono coloro che vi lavorano deboli e insicuri socialmente quanto personalmente.

Usciamo da una stagione di attacchi dissennati non solo all’impianto del Welfare ma addirittura alla figura stessa del lavoratore del sociale e, forse, questo fatto dovrebbe, da solo, spingere molti colleghi sin qui troppo quiescenti, a una seria riflessione sulla propria identità e alla conclusione che è arrivato il momento di alzare il livello dello scontro per la rivendicazione dei diritti fondamentali del lavoro. Diritti, si badi bene, che sono assodati nella maggior parte delle professioni ma che, per la nostra categoria, sono un miraggio.

Negli ultimi mesi abbiamo assistito ad un attacco frontale allo stato sociale giocato nel modo più sporco e banditesco possibile: si sono armati i cittadini poveri contro altri cittadini poveri con il solo fine di poter smantellare agevolmente le conquiste delle tutele sociali. Nessun piano è più perfetto, nella sua crudeltà, di convincere gli abitanti di un villaggio a bruciare le proprie case con la scusa di salvarsi dall’invasione di spettri inesistenti. È quanto avvenuto negli ultimi mesi. Abbiamo assistito impotenti allo sdoganamento di parole d’ordine come “invasione”, “sicurezza” (intesa come legittimazione della violenza contro il più fragile e il più debole),… abbiamo visto operatori sociali essere etichettati di volta in volta come “sciacalli”, “ladri di bambini”, “aiutanti di scafisti”.

Il dato che dovrebbe farci riflettere, e su cui ancora ho sentito spendere pochissime parole, è che l’intero corpo degli educatori ha accettato questo stato di cose con una sorta di quiescente silenzio. Tutti ripiegati nelle nostre miserie quotidiane, fatte di stipendi bassi e spesso discontinui, di soprusi messi in atto da quei datori di lavoro che passano la vita a convincere il prossimo di essere “i buoni”, di sopravvivenza alle angherie di utenti e parenti che, in mancanza di una struttura che tuteli i professionisti, vedono nella nostra professione una specie di sacco da pugili su cui infierire a piacimento; abbiamo perso l’assunto che era arrivato il momento di alzarci in piedi come categoria e di segnare un punto di discontinuità.

Gli operatori sociali. Una categoria a cui viene chiesto di essere la “linea del Piave” al decadimento della società, a cui viene domandato costantemente di trovare soluzioni dove pare che non ce ne siano, sono la parte debole del sistema. Sono carne da cannone. La cosa drammatica è che a molti, in un modo perverso, piace esserlo.

In questo anno di giro d’Italia quello che maggiormente abbiamo portato a casa è un tremendo senso di ineluttabilità delle cose. La nostra situazione pare, agli occhi dei più, impossibile da modificare: le cose stanno così, staranno sempre così e nessuno può farci nulla. La cosa più drammatica è che questo atteggiamento alberga soprattutto nei lavoratori più giovani, quelli che stanno tra i venticinque e i trentacinque anni e che hanno davanti a loro ancora moltissimi anni di lavoro. Soprattutto stupisce che coloro che ritengono che non ci sia nulla da fare e che bisogna supinamente accettare le condizioni di lavoro imposte e tutte le angherie e i soprusi che giungono dall’interno e, sempre più spesso, dall’esterno della nostra professione; siano, nella stragrande maggioranza, colleghi che non hanno mai neppure provato a cambiare le cose.

Hai provato ad avvicinarti a qualche associazione di colleghi educatori? No e neppure sapevo che esistessero.

Hai provato a rivolgerti a un sindacato? No, i sindacati, per noi educatori, non esistono.

Hai provato a capire, a informarti meglio sulle norme in difesa della salute e del benessere degli educatori (e dei lavoratori in generale)? No e non mi interessa.

Le reminiscenze universitarie di chi scrive lo portano a ricordare uno dei mantra che veniva ripetuto fino allo sfinimento nelle aule della facoltà di scienze dell’educazione ormai vent’anni fa: “l’educatore è agente di cambiamento”. Il cambiamento però non è uno stato di cose, non è nemmeno un insieme di tecniche, il cambiamento è un processo. Il cambiamento “opera operando”. Se non sono protagonista del mio cambiamento come posso sperare di esserlo nell’utente, che mi è stato affidato proprio perché, da solo, non è riuscito a organizzare le proprie risorse in maniera difensiva e corretta e, in quanto tale, vive uno stato di disgregazione da cui bisogna ricostruire i frammenti di positività e su quelli, con fatica, fare forza.

Se non si comincia a pensare alla propria storia professionale in modo costruttivo, se non si comincia a costruire un modello che superi il qui e ora e il semplice “Io” è assolutamente impossibile uscire dalla rappresentazione che altre professioni, epistemologicamente più forti, ci cuciono addosso.

È impossibile uscire dalla narrazione dell’educatore “bravo ragazzo che fa cose”; dell’operatore chiamato a dire cose solo alla fine delle riunioni quando tutti gli altri (l’insegnante, l’assistente sociale, la psicologa, la logopedista,…) hanno già detto tutto e il tuo contributo è solo un fruscio di fondo sulle decisioni già scritte sulla storia futura dell’utente.

Lo dico spesso quando incontro i colleghi, mi capita spesso di vedere equipe multidisciplinari che, al primo incontro si presentano così: “Abbiamo la dottoressa Tale, psicologa, la dottoressa Talaltra Assistente sociale, il professor Tal dei Tali, coordinatore di classe e poi Paolina che da una mano.” In questo siparietto, in cui si riassume in modo drammatico quello che le altre professioni pensano dell’educatore, dobbiamo aver la forza di alzarci in piedi e dire: “No, io sono la dottoressa (aggiungere il proprio cognome) e sono l’educatrice che permette a tutti voi di mettere insieme il vostro lavoro”.

Siamo il tessuto connettivo di tutte le professioni, preziosissime, che lavorano a contatto con l’utenza. Da noi si dipanano le abilità di base su cui si può costruire l’intervento del professionista e su di noi sedimenta tutto quel lavoro. Senza di noi tutte le azioni fatte dagli altri sarebbero parti slegate di saperi teorici che cadono a casaccio sulla testa di un utente, a volte facendo del bene (ma del bene momentaneo) e, a volte, addirittura del male.

Da educatore so che il cambiamento non è facile e che i soggetti mettono in atto molte resistenze alle strategie messe in atto per generarlo e noi, anche se siamo consapevoli di ciò, non facciamo differenza. È molto più facile commiserarsi e dare tutta la colpa alle aziende che operano nel sociale, allo stato, alla società non comprendendo che tutto è permesso dalla nostra inattività nella ricerca dei diritti che spesso ci neghiamo da soli. È estremamente comodo anche barricarsi all’interno del fortino degli ideali, rappresentandosi come un martire della causa oppure lanciare la palla in un altro campo da gioco, quello rappresentato dall’attesa di fantomatiche rivoluzioni sociali che cambieranno le cose definitivamente. Rivoluzioni sociali che, spiace dirlo, non sono all’orizzonte e nemmeno sono disegnate sulle carte geografiche. Sono le stesse tecniche di resistenza messe in atto dai nostri utenti. Facile riconoscerle nella madre del bambino problematico o nell’adolescente tossicodipendente, meno facile (e più doloroso) riconoscerle in noi.

Solo che questo è il nostro mestiere, questo è il nostro sforzo e con questo dobbiamo fare i conti. Non cambiare noi stessi e non lavorare sui nostri diritti è un passo verso il male dell’utente che vogliamo tutelare, è un passo verso il male di noi stessi e di coloro cui vogliamo più bene.

Marcuse scrive: “Il fondamento di ogni professione del sociale è che ogni vita è degna di essere vissuta e se non lo è, è almeno degna di essere resa degna”. Vale per tutte le vite e per tutte le professioni. L’imperativo categorico dell’educatore sta scritto qui e passa soprattutto per la dignità del proprio lavoro.


Maurizio Mozzoni (Rho 1979). Educatore e sindacalista nel 2017 ha fondato con Daniele Grassini il "coordinamento educatori CGIL Milano". Per Edizioni Underground? ha pubblicato "Educatori: sfruttati, malpagati, ricattati" con Daniele Grassini e Mariacristina Faraci e ha curato la prefazione di "IL MESTIERE (im)POSSIBILE: l'educatore tra impegno passione e rischio Burnout" di S. Arrighi, L. Birtolo, S. Loffredo e S. Saggiomo. https://www.edizioniunderground.it/pleiadi.

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