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LA GRANDE STAGIONE DI MADDY. Baleari – 2021

Aggiornamento: 2 gen



La ragazzina stava ancora guardando l’ennesimo film scaricato sul tablet, così rispose un po’ scocciata ai richiami che le annunciavano l’atterraggio imminente attraverso le nuvole; la terra di Spagna nuovamente a disposizione della sua vista distratta. Avrebbe voluto fermarsi subito in uno di quei negozi che vendevano di tutto, all’aeroporto di Palma di Maiorca, magari anche chiedere le Air Jordan. Rimproverò sua madre che aveva saltato uno dei punti intermedi di controllo del QR code, il nuovo passaporto dei tempi del COVID-19, per cui persino le compagnie low cost avevano smesso di verificare le dimensioni dei bagagli da imbarcare. Sul taxi pensò ai giorni che non poteva immaginare non sarebbero più tornati, la campagna dorata dei nonni, ormai solo un campus estivo gratuito dove passare del tempo con gli amici. Cesare, Alessandro, Annie, per quell’estate non li avrebbe più rivisti. Maddy invece l’avrebbe incontrata solo la sera dopo, che quella in fin dei conti non era la loro vacanza di mare, ma solo un weekend improvvisato per festeggiare il compleanno di suo padre.

Le abitazioni erano costruite in modo disordinato: villette antiche a fianco di palazzoni alberghieri tra le curve a gomito della macchia mediterranea e i greti prosciugati dei torrenti. Fece una smorfia quando sua madre cominciò a lamentarsi dei servizi dell’hotel, che aveva effettivamente un’aria un po’ abbandonata; perlomeno la stanza era grande, con un balcone che dava quasi sulla piscina piccola e affollata, senza un bar ma protetta dalle sagome dei pini e delle palazzine di chi aveva comprato casa sull’isola. Qualche tuffo, prima della noia. Non le andava giù di camminare per quelle strade che trovava orribili, in discese di alberghi che erano tutti più belli di quello dove stava lei, in una balconata da cui si vedeva il porto in lontananza. El Terreno era il quartiere che piaceva a suo padre, così autentico, o perlomeno meno falso dell’infilata di locali per turisti senza pretese dove i suoi genitori occuparono il primo tavolo per ordinare una caraffa di sangria che portasse loro un po’ d’allegria, a fianco del signore col cane che veniva tutte le sere alla stessa ora a bere il suo cocktail. Tutto sommato la cena fu piacevole, in un posto sotto un condominio ma che faceva il verso ai mercati alimentari delle grandi città europee; a breve avrebbe aperto anche quello a cui stavano lavorando da anni dentro alla stazione centrale di Milano. Scelsero le isole di cibo più tipiche, scartando il wok, il sushi, il dim sum, il messicano e la pizza.

I suoi genitori rimasero estasiati dalla sobrassada, una specie di nduja meno piccante che dove la metti sta bene, sentì dire loro, mentre lei rubava a turno i loro telefoni cellulari per giocare con le ultime app che aveva scaricato. Poi certo, c’era la tortilla e si emozionò, un evento ormai raro, andando a ritirare lei stessa l’ordine, quando squillò il token. Non servivano la colazione in albergo, al di là di un allestimento con succhi di frutta, latte, macchinetta del caffè e biscottini monodose nella hall; tanto lei desiderava solo dormire il più possibile, sperando che le ore del compleanno di suo padre passassero veloci, velocissime, fino al momento in cui avrebbe finalmente potuto parlare con qualcuno della sua età, tenere banco e divertirsi. Presero il bus, due linee diverse, perché la prima volta scoprirono che non avrebbero potuto pagare con tarjeta, come si faceva ormai dappertutto, e suo padre andò a cambiare banconote in un bar gestito da immigrati filippini, dove un paio di clienti parlavano in catalano davanti a una tazza di caffè. Non c’era mai posto per sedersi tra quei sedili azzurri e verdi! La sera prima le aveva cantate a sua madre; adesso lei sarebbe andata alle medie e voleva libertà di movimento. Se la pazienza di quella donna forte aveva un limite, lo aveva anche la sua obbedienza di ragazzina. Scesero in una via laterale del quartiere di Santa Catalina, dove avrebbero passato la serata senza ancora saperlo, incrociando bar di aperitivi storici che erano chiusi alle dieci del mattino, mentre la polizia locale già faceva multe alle auto parcheggiate sui viali. Che noia, lei voleva andare all’acquario, non a vedere dei castelli, delle mura, dei palazzi porticati che sembravano delle chiese! Si misero in fila per fotografare il laghetto di quella costruzione del Medioevo. Sì, certo, le solite scuse dei suoi genitori: costava troppo, era lontano. Così si rassegnò a fare la coda, che molti saltavano, per entrare a visitare La Seu, la famosa cattedrale di cui parlavano Fedez e la Michielin. Dentro, in mezzo al caos di turisti che facevano rumore in tante lingue diverse, c’era un tizio che stava descrivendo uno strano oggetto in oro. Volle tentare una foto per il profilo di YouTube, dove si era appena creata il proprio canale, staccandosi da quello di suo padre, ma sua madre non fu in grado di farle la faccia rosa, oppure verde, con il riflesso delle vetrate colorate del rosone.

Certo, loro non erano al suo livello, nemmeno sapevano configurare uno smartwatch! Era stata lei a mostrare loro come si faceva. Anziani! Sì, d’accordo, era bella la ceramica che raffigurava il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci; l’autore che l’aveva realizzato era ancora vivo, aveva solo sedici anni di più di suo padre, ma adesso lei avrebbe puntato i piedi per farsi regalare almeno un paio di matite griffate Mallorca. Eh sì, sarebbero andati in giro per fare shopping; magari un piccolo zainetto le sarebbe risultato utile, oppure no. Accolse con gioia la notizia che assieme a Maddy la sera ci sarebbe stata anche Sue Ellen, con cui aveva fatto amicizia in gita scolastica, quando erano sedute vicine nei posti davanti al bus perché soffrivano entrambe il mal d’auto. Faceva caldo, troppo caldo, avrebbe voluto starsene in piscina invece di entrare e uscire da tutte le pasticcerie a comprare il dolce locale, la ensaimada, che si poteva scegliere in vari formati e in diversi gusti, dal cioccolato alla marmellata di zucca, che a lei non piaceva per nulla. Oppure lisa, cioè vuota, come avrebbero meno elegantemente detto in Italia. Suo padre si era stancato di stare in piedi. Sua madre era entrata in un negozio di biciclette per comprare una maglietta estiva per le sue escursioni a due ruote. Ecco delle sfingi egizie, finalmente qualcosa che le interessava, alla fine di quel vialone ombreggiato che i suoi genitori dicevano richiamasse quello con lo stesso nome che c’era a Barcellona. Domandò un thè freddo di minima felicità, in quella piazza che le ricordava Roma, al Bar Bosch, dove passavano piattini di panini che erano istituzioni, molto più buoni di quella sangria che a sua madre non sembrava piacere affatto. L’avrebbe pure fatta arrabbiare, la madre, con la sua solita serie di scaramucce, e si sarebbero fatte un giro dell’isolato per ricomparire al semaforo, dopo aver attraversato vicoli di chiese e hotel di lusso chiusi, in quella stagione che non aveva ancora fatto ripartire gli anziani, i caracollanti, i seguaci fanatici del viaggiare in gruppo. Ma sì, in fondo aveva fame, come sempre, anche se mai quanto alcune sue compagne di classe, di coro, di danza. Suo padre aveva prenotato un ristorante tipico, uno dei pochissimi che c’erano in città, a sentir lui. Belle le tovagliette di carta che raffiguravano l’ingresso del locale in occasioni diverse, tra le botti di vecchio vino, i manifesti consunti delle corride e il viavai degli anziani camerieri che avevano lavorato in quel locale per tutta la vita, a proporre il menù del giorno alla signora domiciliata di fronte.

C’erano anche altri turisti, sicuramente più smart dei suoi genitori che si erano messi a ordinare il mondo, per provare i piatti più tradizionali dell’isola, dal tumbet al frito mallorquin; a lei non piaceva niente, tranne le solite olive che servivano col pane come aperitivo. Nemmeno quelle specie di bruschette con il prosciutto. Neppure la sua porzione di paella, che secondo lei aveva troppo poco riso. Ma che canzoni le avevano dato da studiare per la prova delle voci bianche? Lei non ce l’avrebbe fatta col latino. Sua madre cercò di rassicurarla con il suo solito tono propositivo: avrebbe imparato tre parole al giorno e si sarebbe messa in gioco. Figuriamoci, lei voleva fare l’influencer e avere migliaia di followers! Non le bastava più realizzare la cover della canzone di Charlotte M; ora sognava di avere una telecamerina che la riprendesse mentre tagliava in diretta una pizza napoletana che aveva l’aria di essere molto buona, proprio come stava facendo quella turista di Londra. Anche suo padre si sorprese, davanti a una birra piccola con cui portava avanti l’ubriacatura permanente del suo giorno di festa, della qualità estetica del cornicione, del porticato giallo a finestre verdi di Plaza Major, dei negozi tipici pieni di cianfrusaglie e roba di qualità. Lei si fece regalare un Pop It a forma di orecchie di Topolino, tra le strade affollatissime di turisti del centro storico. Il solito bagno in quel buco di piscina l’avrebbe intrattenuta a far trascorrere le ore che mancavano al grande appuntamento, prima della scalinata delle dive, della fermata dell’autobus assediata dai balconi degli appartamenti in affitto, delle strade del quartiere collinare di Son Espanyolet, dove aveva sconfinato la linea 47. Ecco, ci mancava giusto che la stressassero con le lezioni di inglese che avrebbe dovuto fare appena tornata a casa! Per fortuna poi la madre si era eclissata per un po’, attraversando la strada per andare a comprare il suo solito souvenir per la casa: una serie di piattini di ceramica di cui lei avrebbe cercato di indovinare i colori, facendo a gara con suo padre. I suoi genitori bevevano un paio di bicchieri di rosato, aspettando che calasse la notte su Santa Catalina, sulle strade alberate dove i gas di scarico accarezzavano le tavolate all’aperto, dove il sentore sudamericano che le attribuiva suo padre metteva un punto interrogativo sulle roulette luminose installate alle pareti delle case.

Non si era più sentita con Maddy, dopo quel viaggio di ritorno in auto dalla campagna, quando non si erano mai rivolte la parola, quando la stanchezza del fine settimana trascorso assieme si era sommata alle aspettative deluse di una sera a correre tra i tavoli di un ristorante, a tuffarsi troppe volte dalle vicinanze di un trampolino che era stato smantellato anni prima. In un attimo però recuperò lo smalto delle chiacchiere, quelle martellanti con cui poteva stendere tutti. Portava un vestitino, nonostante fosse nell’età in cui ormai tutte le ragazzine vestono con magliette corte e jeans strappati. Le piaceva essere al centro dell’attenzione; c’erano anche due ragazzi maschi, più grandi di loro. Renzo aveva ordinato un piatto di carne che era per due, Maddy e Sue Ellen mangiavano come lei l’ovvietà da situazione di un hamburger, mentre al tavolo accanto gli adulti festeggiavano il padre con una pluma iberica, con un Rioja che sapeva di mora, con le sigarette delle chiacchiere di strada, quelle che portano a volte turiste britanniche solitarie a sedersi a un tavolo di sconosciuti. Faun parlava di artisti, di tecniche pittoriche, di videogiochi, di scuole milanesi, di catene di supermercati; lei controbatteva su tutto. Camminò a lungo per strade sempre sovraccariche di assembramenti, sognando di essere già grande, fermandosi persino a sperare di poter entrare in discoteca. Maddy le aveva mandato uno sguardo d’intesa al riguardo. Fece lo struscio nei bar di tapas dove servivano birra e hierbas mentre la polizia sbarrava la strada per effettuare i controlli sull’alcolemia; maledisse i mulini a vento sulla collina, perché il bar alla mezzanotte aveva già chiuso e non avrebbe più potuto far sedere clienti a bere l’ultima consumazione. Si schierò apertamente con Faun e Sue Ellen, quando misero ai voti per alzata di mano, adulti compresi, quale fosse il cibo più buono in assoluto, con il sushi che conquistava facilmente il cuore delle nuove generazioni milanesi. Come aveva potuto, Maddy, votare per la lasagna? Vide capannelli di ragazzi davanti a un paio di pub così finti da non piacere nemmeno a suo padre, uno irlandese e uno inglese, giusto per non fare differenze, mentre sua madre era riuscita a fare segno a un taxi dall’altra parte della strada, che aveva fatto inversione venendo a recuperarli dalla notte brava di Palma. Fece poche storie, il giorno dopo, svegliandosi da un sonno breve e tranquillo con il suo piccolo peluche a forma di volpe, perché in fin dei conti anche quello sarebbe stato un altro episodio, l’ultimo, della grande stagione di Maddy.

Sua madre scrisse un post su Facebook, allegando foto dei quadri di Mirò, di cui non capiva il significato, che lei interpretò come polemico; la corresse, sostenendo che proprio quella astratta fosse la vera arte, e non quella figurativa, che è meramente descrittiva. Ma solo un’anima artistica poteva capirlo e sua madre era ben lontana dall’esserlo. Persino peggio di suo padre, che alla fine aveva scritto due miseri libri. Figurarsi poi sua nonna, a cui piacevano solo i quadri con le foglioline. Alla Fondazione visitarono anche un paio di edifici nel parco che facevano da studio/laboratorio: uno pieno zeppo di cavalletti, l’altro con le pareti ornate da schizzi preparatori; come sfondo c’era una baia molto cementificata, perché il pittore non avrebbe mai potuto vivere in un posto da cui non si vedesse il mare. Però, che caldo impossibile, con la mascherina e senza aria condizionata! Un bar sotto a un condominio, una piscina senz’acqua, una lattina di Coca-Cola; furono attimi inutili aspettando una macchina bianca a noleggio, una pista ciclabile che scendesse verso la gioia semplice di una pineta, di un quartiere trafficato dove c’era tutto, anche la lista dei match trasmessi dalla TV alle lavagnette dei banconi pieni di bustine di zucchero. I parenti di Maddy avevano scelto un’altra spiaggia; ne vedevano di nuove ogni giorno, nella nostalgia del loro cane che era rimasto a casa. Percorsero le strade assolate della periferia, dei capannoni industriali, delle discoteche abbandonate, delle fermate in superficie di una metropolitana usata solo dagli studenti dell’università. Suo padre era felice, dopotutto, di dare una chance anche ad ambienti extraurbani: la famosa Serra de Tramuntana Patrimonio dell’Umanità, ma lei aveva intuito che qualcosa non sarebbe andato esattamente come avrebbe voluto.

Fece la faccia giù, quando seppe che non ci sarebbero stati né Faun né Sue Ellen.

Voleva il mare, non i giardini botanici, non il mercatino di Soller, dove la madre andò ad acquistare le empanadas per il loro pranzo al sacco sotto le palme dei canali di liquami, tra i lettini ormai abbandonati alla speranza di un nuovo giorno. Presero il trenino di legno per scendere fino al mare, dove tutta la gente salutava con la manina, proprio come faceva lei da piccola alle macchine ferme a pagare il pedaggio in contanti alla barriera di Milano. In spiaggia Renzo leggeva fumetti e Maddy era pensierosa. Non si erano mai sopportati, i due cugini. Lei fece il bagno più e più volte, sollevando in aria suo padre, rubando i pezzi di coca de trempò a sua madre, nuotando nelle acque piatte e caldissime di Porto Soller, tra i pesci, i salvagente e le gare a chi cadeva per ultimo dalle spalle dei padri. Una giornata lunga, pigra, molto diversa dalla frenesia di quelle che viveva solitamente assieme ai suoi genitori, con i signori in camicia che telefonavano dai balconi delle loro suite e i locali che chiudevano nel pomeriggio per ospitare feste private. Maddy cantava la sua canzone di Papagena lungo i tunnel del ritorno, sulle curve che annunciavano i saluti; i programmi per la serata sarebbero saltati a causa di una caviglia gonfia. Lei avrebbe dovuto sopportare ancora una volta suo padre, ridere delle foto di famiglia scattate da un volenteroso ma impreciso passante, criticare sua madre che a suo dire a volte si sentiva una dea, chiedere scusa, mangiare delle crocchette di patate e prosciutto in un posto elegante dove un paio di camerieri correvano da un tavolo all’altro per servire i turisti, guardare su TikTok tutti i filmati di Khaby Lame. Non le restava altro che cantare, allora, per non pensare. Avrebbe salutato tutti e se ne sarebbe andata in un’alba spettacolare, perfetta per farle notare il porticciolo tranquillo di Portopì, la mole circolare del castello sulla collina di pini, le selve di barche ancorate sul lungomare, il profilo della chiesa che le ricordava tanto il Duomo. Guardò in cielo, un aereo stava decollando.


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