TAKE THIS WALTZ (di Lorenzo Zucchi)

Aggiornato il: mar 25


foto di LORENZO ZUCCHI (diritti riservati)

2009

I primi due numeri della sequenza, non sarà la prima né l’ultima volta. Ironizziamo? Il buio ha vinto sul passato. La calma è la nostra missione: ci sono i treni aeroportuali, ci sono gli Airbus che volano, ci sono i lavori in corso, ci sono le U e i ponti degli amici, dove siamo? La numero 1 per vivibilità, classifiche da disperdere nel tam-tam del giornalismo turistico assicurativo, la cosa essenziale è votare Franz Josef, anche con le finestre fucsia della BIPA.

L’ingresso è d’altri tempi, la rampa di scale pure, la vista regala il primo scatto, sapete che giorno è oggi? I passi sono celeri, lo stomaco chiama e non ci saranno finali a sorpresa né fierezze d’antan, da Figlmüller sparano, per fortuna noi abbiamo scelto il rivale storico Plachutta e il suo Tafelspitz, eccezionale bollito in brodo, e rischiamo di restare bloccati nella pausa pranzo della Vienna che sta bene e vive bene. Le giapponesi girano con gli ombrelli rossi. La ruota del tempo si è fermata per le monache di clausura. Gioiellerie vendono braccialetti, l’arte della negoziazione, l’arte del furto con scasso a domicilio. Scene di strada di un sole che cerca riparo nei vicoli, c’è un’aquila nera sul tetto verde, ci sono infiniti cartelli rossi e gialli di attrazioni turistiche, insegne vintage, cavalli (diarroici?), mostre d’arte, folle da shopping, catene di gelaterie e maglie da calcio nella calca. Riflettiamo e abbiamo i capelli rossi. Riflettiamo e siamo contro luce. Il patrimonio immobiliare della Generali nella capitale austriaca non si può prezzare. Il potere riflettente del vetro, che cos’è il tempo? C’è una voce nel buio, seguiamola. Tutto ciò che ho visto si trova qua. E dal bus turistico salgono e scendono sogni, passaggi obbligati, facce stanche, facce felici. La casa della musica era questa? Un mosaico e un negozio di strumenti musicali, la curiosità porta ceramiche antiche, Sacher vince il ballottaggio con Demel, eppure peggio di così farà solo il gelato di Grom. Ci sono anche i garage e gli pneumatici. E le famose dieci belle donne? I cortili della Lavazza sono quelli dell’attrazione battezzata, la cassaforte è una porta d’ingresso, il globo l’avevo disegnato un po’ storto, ci sono anche i ritratti immaginari. Hofburg, la polvere dei miei ricordi è svanita in un tramonto di passaggi commerciali ottocenteschi, la diplomazia di un accordo immutato negli anni, il sapore casalingo dello spritz sulle colonne votive di un Graben che si spegne, l’affollamento del turno precedente in uno sguardo calmo alla notte della Wiener Schnitzel. Da qualche parte, lontano, la marcia è partita. L’imponenza dello stile neogotico vince sempre contro qualsiasi altra cosa: non siamo critici d’arte che dobbiamo premiare l’antichità, siamo emozioni che chiedono altre emozioni, siamo scelte che derivano dall’esperienza, siamo un segreto del passato e del futuro. E quando scopriamo una cosa per la prima volta, la vediamo sempre poco tempo dopo per la seconda volta. Perché sino ad allora non la conoscevamo, e non la notavamo (noticing). Votiv sempre numero uno, dunque. Sorridi, sei a Vienna. Eppure, Josefstadt è pure troppo tranquilla, tra i barbieri di un’italianità rossiniana c’è chi strappa dalla mano passaporti alle ispettrici di dogana e cartine-libri a guide autoproclamatesi esperti. Voltiamo pagina, giriamo la ruota: una nuova partenza, un’altra fine. Museums Quartier, l’attrazione più visitata è il nostro cubo, la panoramica di sale su sale per Schiele, un assaggio di Klimt che ogni edificio diventa un manifesto della Sezession, l’estate sacra dell’arte ha tre teste di gorilla, un manto dorato riveste un calendario, gli ornamenti si stilizzano nella progressione di un delitto premeditato, la simmetria è un font di latino antico. E i gommisti sgomitano fianco a fianco con le modelle. Panchine di pause pranzo. Mariahilf, che brutta che era quella strada, c’erano anche le suore della Pensione Seguso? ’I dislike the place but I like the photo’. Eppure, l’alberatura è come una nuova faccia, i dehors dei caffè, i parallelepipedi iconici per turisti stanchi, poco lontano c’è un’area cani, poco lontano c’è Sperl. Ci immaginiamo le storie che vengono dall’altra parte della barricata? Il triangolo delle Bermuda è a Vienna; ci sono i locali della movida, c’è la polizia, ci sono le strade strette e pedonali, ci sono le chiese gotiche antiche, ci sono gli Hof di nome e di fatto, ci sono le palle stroboscopiche che riflettono le felci. E andiamo a maledire il mio nome, andiamo a ricordare la verità. Afferente significa affluente? C’è un cavaliere e c’è una dama, il menestrello dice di metterci il cuore. Sembra un bunker per fanatici del parkour. E danziamo in un’atmosfera non propriamente magica e fiabesca, il sudore che cola come lacrime torrenziali, gli specchi alle pareti che si muovono con noi, la fatica del ritmo ossessivo, la regola dei passi, la flessione delle ginocchia ad accompagnare la nostra terribile scorrevolezza. Il valzer è una domanda d’esame? This lesson was done in English. Part II, la lezione in italiano. Mexicoplatz è da sempre il mio posto preferito a Vienna: il fascino dello slargo urbano indefinito, le tre corsie per senso di marcia, l’icona neoromanica, le scritte rosse di condominii in blocco, il socialismo anticipato del confine della cortina di ferro. Dove regna l’inverno, come può vincere l’estate? Tanzschule, la raffinatezza del sole che cala e il conto che riparte: 1, 2, 3, 4… C’è chi riesce a volare e chi fa la caricatura dei tronchi di quercia, la passione è vita, i balli da sala dei vestiti da sposa, il sangue di chi è stato pugnalato, le bici viola dell’A1, i carrelli della spesa della Erste, i teli da bagno di Cars, la rotonda infinita delle ruote panoramiche dei sogni di bambino. Così la nostra placida notte diventa quella dei giovani del Canale del Danubio, una trattoria famigliare giù a Rossau, un bar sulla nave tra le sigarette della tradizione e le zanzare della vocazione, le piste ciclabili dell’Ikea, i locali equivoci del Commissario Rex. E seguiamo la volontà di uno solo. San Giovanni Nepomuceno, era un altro viaggio. Così ho perso la mia battaglia ancora prima che cominciasse. La colazione tipica è a base di uovo, all’Urania, la vista sul nuovo skyline che nessuno riconosce ancora come la vecchia capitale asburgica, c’è lo yogurt, c’è il formaggio, il flavour ha portualità domenicali, e non ci sono canguri in Austria. Radetskyplatz, la signora ha la borsa della spesa. Hetzgasse, tra le lische di pesce e le farmacie bianche. Il prossimo genio locale da omaggiare è ovviamente Hundertwasser, il medico dell’architettura, le case e le oncologie cliniche, gli inceneritori e le torri, un Village da prototipo del turismo di massa, un viaggio attraverso il buio, l’edera delle targhe commemorative. È un teatro del dolore, Landstrasse compatta e compassata, gli iconici cubi azzurri della metropolitana, le reminiscenze avanzate dei giardini del Belvedere, gli scatti famosi della prima guida fai da te con il contratto firmato a Los Angeles. E il cielo vira sempre più decisamente verso il grigio scuro, a Karlsplatz le maiuscole gridano forte il loro disagio, sulla Wienzeile le memorie delle salviette commemorative pagano una zuppa salata tra le locandine dell’opera, al Naschmarkt le rose alle finestre ballano con i trigrammi delle laterali in salita, a Kettenbrückengasse tutto ciò che rimane è un ricordo del tempo che va. Variamo l’ovvio, ossia l’operazione Schönbrunn, e se perdessimo la strada nella ricerca del bello? Il labirinto nel parco è quello della donna senz’ombra, la Gloriette di chi ha iniziato il rugby a 30 anni, l’Orangerie di giorni solari, le sale di rappresentanza interne tra gli ombrelli e le tele cerate, c’era una volta lo zoo, fontane che zampillano. E la fuga a Hietzing è il raccolto della depressione post-diluvio, trattorie tipiche di chi ha già mangiato, bar fumosi di chi ha già bevuto, strade per correre di pozzanghere e fango, quando chiama il dolore, lentamente e subdolamente, una volta si diceva condensazione di umidità, e il panpepato non esiste. Ai confini del tempo, un taxi dispiega le sue ali. I sexy shop di una periferia immensa puntellano l’attesa ai semafori delle anziane coppie, il tram rosso segue il suo percorso immutabile, le colonne greche proteggono dalla corruzione istituzioni severe, la casa acquisita di giorni innamorati offre un cocktail e una partita a carte nel privé. Alsergrund, ti ameremo, il percorso degli habitué coincide con quello dei turisti, vestiti per bambini, cancelli di cortili nobiliari, piazze di porcellana, lavagnette di Traditionelles da Wickerl. Non torneremo al Karl Marx Hof. Non torneremo alle case di Beethoven ad Heiligenstadt. Ma vedremo la quiete bucolica e le case gialle del Grinzing, la quotidianità ritrovata del benessere, il richiamo irresistibile delle aziende vinicole, i gazebo verdi delle trattorie all’aperto. ‘Ecco!’ ‘Che si aprano le danze’ ‘Ballano il valzer!’ ‘Sono stati a Vienna a prendere lezioni’. ‘Ma come balla male lui’ ‘Ahahah, fa proprio ridere’ ‘Sembra un pezzo di legno’ ‘Va velocissimo, ma perché?’ ‘Non è così che si balla il valzer’ ‘Ecco, ha già abbandonato’ ‘Che figura!’

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