La democrazia della 194


Di Maurizio Mozzoni


Sono felice che si parli di legge 194.

Ne sono felice perché ogni volta che qualcuno la tira fuori a sproposito per cercare di raggranellare un mezzo consenso elettorale dà a quelli che sanno qualcosa di storia la possibilità di parlarne e di cercare di spiegare l’immensa portata storica di questa legge.

Perché, va detto a squarciagola, la 194 è una delle più importanti, forse la più importante legge a tutela del popolo. Il popolo, i poveri, i diseredati, gli ultimi ma, contemporaneamente anche i ricchi, i preti, le suore, i nobili…

Detta così fa strano, detta così tutti salteranno sulla sedia ma vorrei che ciascuno di noi si soffermasse sul senso stesso della democrazia. Sulla legge basilare, il primo comandamento, che va oltre le definizioni di ciascun corpus giuridico, di qualunque costituzione o dichiarazione.

Se la democrazia esiste, esiste perché tutti noi abbiamo ben chiaro in testa che ogni uomo è Uguale agli altri, uguale per diritto di natura prima che per diritto di stato. Non uguale ma…, non uguale se…, uguale e basta.

La legge 194 è essenzialmente la dichiarazione più esplicita che, nel campo della tutela del diritto alla salute, ogni donna, di qualunque estrazione sociale, di qualunque ceto, in qualsivoglia condizione personale o familiare è uguale. Ha diritto di scegliere per se stessa e per ciò che porta in grembo, ha diritto ad essere accudita nel medesimo modo, ha diritto a sopravvivere alle scelte che altri, in prevalenza maschi, hanno deciso per lei.

Perché qui, quando parliamo di interruzione di gravidanza, non parliamo di scelte terapeutiche, di morale o di qualsivoglia religione. Qui parliamo di qualcosa di molto più semplice. Talmente semplice da far paura a chi è interessato a prendere il potere e, possibilmente tenerselo per il maggior tempo possibile.

Facciamo un po’ di storia e vediamo dove s’arriva.

Che il sesso sia sempre stato praticato, oltre ogni confine imposto e fuori da ogni modello precostituito pare, a parere di chi scrive, una cosa assodata.

Donne e uomini si sono sempre amati, non si sono fatti prendere al laccio da alcun prete, non hanno messo confine a tutto ciò.

Che gli uomini abbiano, in tutte le epoche e in tutte le stagioni, approfittato del proprio potere per soggiogare, stuprare, comprare e vendere le donne è un dato altrettanto evidente.

In altre parole, di figli, al di fuori del matrimonio ne son sempre nati, pare che Carlo Magno ne avesse decine ma credo che fosse in buona compagnia tra nobili e gendarmi.

La differenza di classe per gli uomini non è mai stato un problema, finiti i loro cinque minuti il problema si spostava tutto in capo alle fanciulle “disonorate” (ché l’onore è una concessione che viene dal maschio e cade sulla femmina mai viceversa).

Ma qui, fino ai giorni nostri, fino a quel fatidico 22 di maggio del 1978, le donne si dividevano in tre rigide classi sociali. Perché pure all’Inferno, per quanto sia brutto, c’è sempre qualcuno che sta peggio.

La figlia (e perché no, la moglie al terzo figlio, l’amante del mercoledì…) del ricco imprenditore, del nobile, del politico democristiano, del notabile… viveva la sua angoscia nell’ombra, la famiglia metteva in giro la voce che l’avevano mandata a studiare l’inglese in Inghilterra, che sarebbe stata via qualche mese. Al suo ritorno bella come il sole, la fanciulla agiata avrebbe dovuto vivere la sua “colpa” nell’ombra, senza mai fare parola con nessuno di “quella cosa”, ben sapendo che tutti sono al corrente ma nessuno parlerà, così come è giusto nella società altoborghese, ipocrita e feroce al tempo stesso.

La figlia del piccolo borghese invece se la passa un po’ peggio, a lei non è concesso di emigrare in una clinica oltre le Alpi con tutti i confort e i lussi. Ben racconta la sua storia un giovane Francesco Guccini nella memorabile “Piccola Storia Ignobile”. Perché la fanciulla non è stata costretta da nessuno, quindi nemmeno la scusa della violenza, perché la fanciulla ha anche avuto l’ardire di godere della sua sessualità e non, come cristianesimo vuole, di aver fatto tutto per dovere. E quindi si deve trovare in fretta un medico compiacente, uno che magari di giorno si spertica per vietare la legge sull’interruzione di gravidanza ma poi la sera, dietro lauto compenso, gli aborti li fa. Un passo più giù nell’inferno personale di una donna. Perché questa ragazza, della piccola borghesia industriosa, oltre al dolore fisico, oltre al senso d’abbandono, una volta finito tutto verrà mandata a casa con un po’ di antidolorifico e il forte senso d’essere stata davvero stuprata. Perché se starà male la notte non ci sarà la compassione di nessuno. Te la sei cercata, te la sei voluta, se fossi rimasta vergine fino al matrimonio, così come si deve, non saremmo a questo punto. Mi raccontò una donna, anni fa, del dolore mostruoso al ventre mentre si recava, il giorno dopo l’aborto, a lavorare ai grandi magazzini in centro, con il terrore che la vedessero, che le perdite di sangue non si arrestassero, che svenisse durante il turno di lavoro. Un passo più giù nell’inferno. Mi raccontò degli sguardi tra il compatimento e il rimprovero delle colleghe, ché certe cose una donna le vede al volo. Non si nasconde nulla. Mi raccontò infine, dell’unico gesto d’affetto, insperato, del capo reparto, un maschio sano in un mondo assurdo, che capito tutto, le si fece vicino e le disse che, per quel giorno, poteva considerarsi in ferie e tornare a casa. Sabato non avrebbe dovuto lavorare e, per fortuna, in quegli anni la domenica era ancora riposo garantito.

In fondo all’inferno, nelle Malebolge, ci stanno però le figlie del popolo. Le figlie dei proletari, dei contadini, degli operai. I poveri. Quelli che in Italia non sono mai mancati. Che una figlia del popolo i soldi per un medico non li trova e lontano dalle città, in quell’Italietta ancora rurale e contadina, fatta di piccoli centri, i soldi, anche ad averli, non avresti saputo a che medico darli. Allora la sventurata si deve arrangiare. Con mezzi propri, con i decotti di fiori velenosi della tradizione contadina, con l’ausilio delle vecchie mammane che sanno lavorare col ferro da calza. Con l’aiuto delle botte di papà, proprio lì, nel basso ventre. E se dopo questa tortura stai male, se l’emorragia non si ferma… se… allora non c’è nulla da fare. Di queste cose le figlie del popolo muoiono. Come le mosche, come gli agnelli al macello.

Poi, quel 22 maggio arriva una legge che rende tutte le donne uguali. La figlia del nobile, la figlia del piccolo borghese e la figlia del contadino. Perché se sono diverse per estrazione sociale tutte sono uguali per natura, sono donne e meritano il rispetto che si deve a chi soffre, si dispera e sa quello che sta per fare.

Di fronte a tanta democrazia il maschio si spaventa e si arrabbia. Lui, debole per natura, difficilmente riesce a pensare che si possa concedere tanto a quello che, nella sua testa, è proprietà privata.

Il nobile si arrabbia, perché teme che il suo buon nome si infanghi, il prete si arrabbia, perché teme di perdere la sua presa superstiziosa sulla gente, il medico si arrabbia, e a buona ragione, lui ci ha guadagnato palate di soldi fino a ieri, e adesso deve far tutto la mutua? Non se ne parla nemmeno. Perché il corpo di una donna, per un uomo, è sempre un guadagno. Sia che la si sfrutti per il sesso sia che lo si faccia per l’aborto.

Qui finisce (e non finisce) la storia. Quando qualcuno vi parla di aborto e vi dice che bisogna regolare, impedire, dissuadere, rifare le leggi… quando vi dicono queste cose evitate di stare tanto a pensarci. Non si sta parlando di gravidanza o di tutela dei bambini (a questa gente dei bambini in atto non gliene frega niente, figurarsi di quelli in potenza), si sta parlando di democrazia e di diritti contro fascismo e prevaricazione. Leggetela così. È più facile.

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Edizioni Underground? S.n.c.

di Maurizio Mozzoni e Gregori Fusaro

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