Come acrobati senza rete

STRESS LAVORO CORRELATO E BURNOUT NELLE PROFESSIONI D'AIUTO

di Sara Loffredo



“Ho fatto l’insegnante per più di 30 anni ed effettivamente ci vogliono diverse competenze e la maggior parte degli insegnanti non è preparata, perché ci vuole una preparazione specifica che non c’è. Inoltre gli stipendi sono talmente bassi per cui di fronte a classi difficili da gestire subentra il menefreghismo o peggio il burnout…” (G., 67 aa., docente)


Questa testimonianza, giunta dalla rete social, è solo un esempio di quanto i mestieri di aiuto e relazione (educazione, insegnamento, assistenza sanitaria, etc.) siano complessi. Da ciò ne deriva che, nonostante la formazione e l’aggiornamento costante delle proprie competenze, esse restano esposte ad una serie di influenze, che possono rendere difficile il lavoro e che richiedono, ogni volta, una serie di attenti aggiustamenti, all’interno del proprio spazio di azione professionale.

Primo fattore emergente da tutto questo quadro articolato è la fatica, accanto all’impegno investito per fare il proprio lavoro. Fatica che equivale a “stress”, che lontano dal senso comune del termine è raggiungimento del limite, avvicinamento ad una soglia di tolleranza che è bene riuscire a non superare.

Oggigiorno lo stress è considerato qualcosa che può prenderci momentaneamente, ma “non è niente, passerà, basta non farci caso”, concentrando l’attenzione su altro, “sulle cose veramente importanti, su ciò che c’è da fare”, all’insegna della produttività e dell’efficienza. Eppure oggi appare sempre più evidente che lo stress è una manifestazione articolata di sintomi fisici e stati d’animo che non dev’essere troppo minimizzata e sottovalutata ma che, anzi, merita un’attenta considerazione.

Lo stress lavoro correlato, per come è indagato scientificamente, è un fenomeno multifattoriale: le variabili in gioco che lo inducono possono essere tante. Ma altrettante, allo stesso tempo, possono essere le strategie da mettere in campo e i dispositivi (psicologici e materiali) di cui ci si può dotare, per allontanare il rischio di oltrepassare quella “sottile linea rossa” che separa il malessere da una condizione di lavoro sana e, perché no, soddisfacente.

La soluzione dei problemi poggia sulla conoscenza, per cui può essere utile addentrarci un po’ nell’argomento, per capire meglio di cosa si tratta e riuscire così a maneggiarlo positivamente.

Lo stress lavoro correlato

“Il lavoro è causa di sofferenze e di disagio quando si creano delle circostanze fisiologicamente stressanti che corrispondono a difficoltà graduali che l’individuo è chiamato a superare ma che, se sono accompagnate da un certo livello di stress, diventano occasione di sofferenza e di fatica” (Del Rio, 1995, p. 1)”. [1]

Quest’affermazione, che può sembrare scontata, lo è soltanto in apparenza: nella realtà lavorativa attuale non sembra infatti esserci ancora risposta concreta a queste difficoltà, attraverso l’offerta di soluzioni pratiche da parte degli enti, delle aziende datrici e del più ampio contesto sociale che possano alleggerire il lavoratore dal carico cui, quotidianamente o per accumulo progressivo, si trova sottoposto.

Per capire dunque come approcciare al problema e come, eventualmente, strutturare strategie personali o proporre soluzioni utili alla collettività, proviamo a scendere nel merito dell’argomento che stiamo trattando: Che cos’è lo stress lavoro correlato?

“Lo stress lavorativo può essere definito come l’interazione delle condizioni lavorative con le caratteristiche psicologiche del lavoratore. In particolare, esso si manifesta quando è presente uno squilibrio tra le domande provenienti dall’ambiente e la capacità di risposta individuale, quando cioè le richieste dell’organizzazione eccedono le sue reali capacità; oppure quando i bisogni del lavoratore superano le opportunità di soddisfazione offerte dall’organizzazione. In altre parole, è uno stress che si sperimenta quando c’è un’incertezza sulle risorse a disposizione per affrontare le condizioni di lavoro eccessive provenienti dall’organizzazione (Caprara e Borgogni, 1988)”.

Naturalmente, non tutte le professioni per quanto faticose e difficili hanno ricadute consistenti sulle proprie condizioni di salute. Negli ultimi anni, questo sembra essere particolarmente vero per le professioni cosiddette “di aiuto”: medici, infermieri, assistenti socio-sanitari, per citare coloro che lavorano nell’ambito della salute medica; ma anche (e soprattutto) educatori, docenti, assistenti sociali, che attraverso la relazione e il contatto affettivo-cognitivo con l’altro assumono la “presa in carico” della persona, occupandosi della sua educazione, formazione, integrazione nel contesto di vita sociale. Queste ultime professioni, soprattutto, arrivano ad essere usuranti perché le variabili che incidono sulla loro tenuta sono meno visibili (trattandosi della sfera umana personale) e meno “misurabili”, di quanto invece si presentano le professioni sanitarie per cui il contatto con la persona passa attraverso il canale del corpo, la malattia, i deficit e le inabilità.

Riguardando appunto la sfera personale, nel lavoro educativo e sociale vi sono fattori impalpabili a guidare le scelte di intervento dell’operatore, che possono essere sia strumento che, spesso, vincolo limitante: può capitare infatti che, a spingere nella scelta di questa professione vi sia una ragione di fondo di tipo vocazionale (“voglio aiutare l’altro”), che se da un lato conduce all’espressione e all’affinamento delle fondamentali competenze trasversali (del tipo che non si studiano sui libri di testo: attitudine all’ascolto, interesse, empatia), dall’altro, purtroppo, rendono più esposti al rischio che quella stessa capacità di contatto con l’altro, indispensabile al crearsi di una buona relazione, porti a sentire l’altro talmente vicino da confondersi, da perdere anche temporaneamente quella “giusta distanza” necessaria a svolgere il proprio lavoro con efficacia e, soprattutto, senza eccessivo carico e fatica. Ed è appunto questa fatica del rapporto che, accumulandosi nel tempo, può tradursi in sintomo, malessere fisico, perdita di interesse, insofferenza e frustrazione sul lavoro.

A quel punto, dentro di noi si manifestano dei segni, che possono essere dei segnali che è bene saper riconoscere e ascoltare, per ritornare sui binari giusti e procedere nel proprio lavoro in maniera salutare.

Quali sono dunque questi sintomi, che caratterizzano lo stress lavoro correlato?

I SINTOMI DELLO STRESS LAVORO CORRELATO

E’ opportuno, in via preliminare, distinguere tra stress e burnout: il primo può, in effetti, condurre al secondo (che costituisce una sindrome cronica), ma le due condizioni non sono equivalenti, nel senso che lo stress può essere una condizione temporanea a cui si può far fronte rapidamente ed efficacemente, se si è in possesso dei giusti strumenti e dispositivi di riequilibrio, come possono essere strategie di gestione e di riduzione dello stress.

“Il burnout si riferisce piuttosto a un insuccesso nel processo di adattamento, accompagnato da un malfunzionamento cronico (Schaufeli, Maslach e Marek, 1993). Può essere definito “come una strategia stressante di adattamento, che ha conseguenze negative sia per la persona che per l’organizzazione” (Crea, 2003, p. 82)”. Rispetto al burnout, invece, può essere “considerato un ingrediente comune della vita quotidiana e può essere ritenuto anche positivo in quanto rappresenta uno stimolo all’azione”[2], costituendo quindi un requisito necessario all’operare: è ciò che, entro certi livelli, ci tiene attivi e pronti a fronteggiare anche l’imprevisto.

Tra i sintomi che definiscono la condizione psico-somatica del burnout (che viene tradotta letteralmente come “bruciatura, corto circuito”) ritroviamo specificamente:

- a livello fisico, esaurimento di energie e senso di fatica. Questo stato può manifestarsi specificamente con mal di testa e disturbi gastrointestinali, sintomi psicosomatici, come malattie della pelle, ulcera e bassa pressione, disturbi cardiovascolari, mal di schiena, frequenti raffreddori e influenze, sonno disturbato.

- a livello psicologico, possono sorgere sentimenti e stati d’animo come senso di colpa, depressione, ansia, senso di fallimento e di impotenza, negativismo, isolamento, sospetto, paranoia, ritiro e rigidità di pensiero, pensieri tormentosi, o intrusivi e ricorrenti.

Nelle condizioni di sindrome definita, abbiamo come sintomo principale la perdita di interesse ed entusiasmo verso il lavoro, che si accompagna a reazioni comportamentali di tipo negativo verso se stessi e verso la vita in generale. Il rapporto con l’altro/utente cessa di essere una relazione di aiuto finendo, nei casi più estremi, per trasformarsi in una mera relazione “tecnica” di servizio.

La perdita globale, dunque, cui si incorre con questa sindrome da esaurimento profondo, riguarda anche i sentimenti positivi e procede parallelamente all’incremento di sintomi e sentimenti negativi e invalidanti. Nei casi estremi, l’operatore finisce per vivere il proprio lavoro con un senso di persecutorietà, come una situazione da evitare, per evitare appunto l’attivarsi di tutta la sintomatologia appena descritta.

Naturalmente non tutti i sintomi saranno contemporaneamente presenti nel soggetto e in nessuno di essi, preso singolarmente, può essere identificata la sindrome da burnout. Piuttosto, quest’ultima va considerata come una costellazione di sintomi, un insieme riscontrabile simultaneamente sia a livello psicofisiologico, sia nei comportamenti disfunzionali che la persona manifesta verso se stessa e verso gli utenti.

Insieme a ciò è doveroso tuttavia sottolineare la rilevanza dei fattori di rischio contestuali nel determinare l’insorgenza della sindrome: non sono solo i tratti individuali, cioè, a far sì che questo problema si presenti, ma anche le caratteristiche del luogo di lavoro (concreti e relazionali) sono estremamente influenti.

Tenere a mente ciò serve a riconoscere la specificità di ciascuna professione anche nelle modalità in cui può palesarsi il disturbo che stiamo trattando, pur riconoscendo gli elementi comuni tra loro che ci permettono di sostenere la peculiarità stessogena delle professioni di cura: queste, infatti, sono lavori che espongono visibilmente l’operatore a condizioni di stress anche elevate e, come tali, meritano una attenzione specifica e dedicata.

UNA DOMANDA APERTA: LE STRATEGIE DI PREVENZIONE

La domanda aperta su cui proveremo a riflettere è: quali sono le possibili strategie da mettere in atto per ridurre il rischio di arrivare al “punto di non ritorno” della sindrome cronica?

Consideriamo questo perché, nonostante essa sia in parte fuori dal nostro “controllo”, possiamo certamente dotarci di adeguati strumenti per metterci “in sicurezza” e continuare a svolgere il nostro lavoro in salute, anche nei momenti di maggiore difficoltà.

Questi strumenti prevedono una maggiore cura di sé, al di fuori del proprio orario e contesto di lavoro. Quando scocca l’ora di fine turno – e, soprattutto, quando riusciamo a tenerne conto senza lasciarci prendere da un impulso “stakanovista” – possiamo, anzi dobbiamo, ritagliarci degli spazi in cui coltivare proprio quegli aspetti positivi di noi che nel lavoro vengono ad esaurirsi. Si tratta di una costante manutenzione dei nostri rapporti, familiari e amicali, e di una ricerca di attività che possono nutrirci e portarci nuove energie. Che sia una semplice uscita in compagnia, una passeggiata nel verde, qualche ora in palestra: ognuna di queste cose, per niente banale, può essere fonte di piacere e diventare così il sostegno necessario a svolgere il nostro lavoro nelle migliori condizioni. Indispensabile in ogni caso è non isolarsi, chiudersi sotto il peso di quei sintomi che magari per vergogna, paura (delle reazioni del proprio datore, delle opinioni dei colleghi), oppure frustrazione, si può far fatica a riconoscere e rivelare, permettendosi quindi di alleggerirsi e ridare slancio ad un rinnovato benessere.


SARA LOFFREDO è psicologa e psicoterapeuta. Con Edizioni Underground ha pubblicato il volume IL MESTIERE (im)POSSIBILE: educatori tra impegno, passione e rischio burnout

Giovedì 31 ottobre 2019 sarà tra i relatori del convegno dal titolo COME ACROBATI SENZA RETE, l'educatore tra impegno, passione e rischio burnout

presso CAMERA DEL LAVORO METROPOLITANA - Corso di Porta Vittoria 43 (Milano)


[1] Tutti i riferimenti inseriti nel presente articolo sono tratti da Arrighi S., “Ogni brace lascia il suo fantasma sulla terra” in AAVV, “Il mestiere (im)possibile. Educatori tra passione, impegno e rischio burnout”, Underground?, Milano, 2018.


[2] Ibid.

87 visualizzazioni

Edizioni Underground? S.n.c.

di Maurizio Mozzoni e Gregori Fusaro

Partita IVA     10201820965

FOLLOW ME

  • Wix Facebook page
  • Twitter Classic
  • Instagram
  • c-youtube