IL REGNO HA RIAPERTO LE SUE PORTE di Lorenzo Zucchi



Arabia Saudita – 2022


‘Project, project!’. Il mio sguardo passa dal finestrino di sinistra a quello di destra, sull’illuminazione esagerata che rischiara le lenzuola colorate degli esplicativi a render, una lunga sopraelevata di piloni issati al nulla di un abbandono. Il tassista con la kefiah a scacchi quadrati bianchi e rossi non poteva essere un’introduzione migliore a questa realtà, a cui abbiamo dedicato tanti pregiudizi negli anni passati. Mi narra brevemente la vastità della capitale Riyadh attraverso i suoi gesti con le mani molto teatrali e le frecciatine alla rivale Dubai, ormai terminata, mentre qui i lavori in corso, imponenti, hanno come obiettivo dichiarato il 2030, quando secondo le intenzioni governative il turismo dovrebbe aver raggiunto i livelli richiesti. Escludendo i pellegrini, che quelli sono un mondo nel mondo, a cui noi non avremo accesso. Appare un college femminile dalla grande cupola. Un hotel enorme in finto stile britannico. Svincoli su svincoli, tre corsie di marcia di auto che scivolano come un lungo fiume giallo. Il Mc Donald’s con la scritta in caratteri arabi ci fa sospirare, si, siamo arrivati: dopo due anni esatti ce l’abbiamo fatta. Il viaggio originario, cancellato dalla pandemia, avrebbe dovuto durare giusto lo spazio di un weekend, per quelle che erano le abitudini del tempo, sia personali che delle tariffe aeree. Poi una sera di fine settembre sul divano la svolta: una mail di Visit Saudi, il sito ufficiale del turismo, ad annunciare la riattivazione del mio visto turistico per la durata residua non usufruita ai tempi. Sull’aereo c’era gente un po’ triste, gente che non vive, che si esprime per luoghi comuni: parenti di expats che abitano qui unicamente per lavoro, rifiutandosi di mescolarsi alla popolazione locale (di per sé già molto variegata, in realtà, per via della grande immigrazione asiatica) e che passano le loro giornate assenti tra le mura dei vari compounds. E al gabbiotto avevamo un interrogativo, legato a una preoccupazione che non ci faceva dormire, prima di partire. Quando le condizioni di ingresso in un paese cambiano di giorno in giorno, nella trafila infinita della stagione terribile del COVID-19, non è facile prendere decisioni: vaccinarsi con la terza dose senza dire che si è fatta la malattia o falsificare i documenti tentando la fortuna? Il nostro bel viaggio di coppia on the road, con auto a noleggio e patente internazionale, fu cancellato da un colpo di coda, da un aggiornamento, da una notifica. Ma la brillante donna velata alla postazione 79 non aveva immancabilmente altro da chiedermi se non una foto, se non le impronte digitali. Che dire? Viviamocela comunque, questa storia di una bandiera che ha la stessa iscrizione da entrambi i lati, perlomeno l’ennesimo anno sciagurato non finirà a zero come i due precedenti. Il tassista è sceso e sembra che la sua avventura per cambiare i miei riyal appena prelevati da un bancomat alla pompa di benzina non debba finire mai: il gommista dice no, il negozietto di alimentari dice no, persino la farmacia dice no. Non lo seguo più con lo sguardo, solo così potrà tornare. Suggerisce di bere un caffè, tradizione locale di giovani annoiati che passano le serate girando in auto senza andare da nessuna parte, sognando magari qualcosa di appena diverso dal solito mocktail al succo d’arancia. Ma la mia notte è un omaggio a una frase del passato che scopriremo non essere veritiera (‘Com’è triste Riyadh’), una foto clandestina da dietro un muro di cinta all’illuminazione che cambia sempre colore della Kingdom Tower, tra le case dalle finestre oscurate e i parcheggi per automobili vegliati, mentre la coppia coreana lava il SUV in un angolo buio della strada laterale dell’Ibis. Ancora una volta una donna velata decisamente smart, alla reception, mi aiuta ad attivare l’app Tawakkalna, necessaria (in teoria) per entrare in qualsiasi luogo pubblico; a fine vacanza, me l’avranno chiesta in tutto tre volte. Il mondo è un unico luogo, non lo scopriamo certo adesso, noi che veniamo da mesi folli di discussioni tra pro e contro green pass e siamo un po’ impreparati, adesso, a ripartire con queste abitudini solitarie: i due anni di stop ci hanno invecchiato molto di più dell’anagrafe. Così quando la luce del mattino è quella dei lunghi e larghi marciapiedi vuoti di Olaya Street, lo straniamento risulta molteplice, tra le fermate della metropolitana in costruzione a cui sembra che nessuno lavori, le architetture moderne decisamente pregevoli a colpi di guglie, i tetti arrotondati, il vetro e il cemento del buono che evangelizza, i numerosi uffici bancari, gli infiniti centri commerciali. Recessione, molti spazi sono chiusi, non possiamo valutare se sia stato il coronavirus o forse un’ambizione eccessiva, certamente qui è abitudine che i dipendenti di buona parte dei locali in orario di servizio passino le ore sul telefono, in attesa di clienti. Voci, sento la gente chiamare, la musichetta ossessiva della suoneria più diffusa, in una pausa caffè dalle mescole ricercate, il personale africano, le sedie dei tavolini sulla strada a cogliere le prospettive dello storico Narcissus Hotel.

Lo studio Foster and Partners, da Londra, ha creato qui un capolavoro: l’Al Faisaliah Center, icona dei cieli con la sua palla alla sommità di una punta arcuata sulle biblioteche ufficiali di un’usanza pressocché sconosciuta (qui nessuno legge, perlomeno in pubblico), palme, cartelli verdi, cartelli gialli. Entrano le auto nei parcheggi sotterranei, la pista ciclabile disegnata sul pavimento, vetrine di tappeti, l’infilata coloratissima delle insegne per bambini, negozi di fiori per spose dal vestito bianco. Incombe il solito divieto di fotografia attorno alle ziqqurat rovesciate dei ministeri, nel caldo opprimente delle barriere protettive, dei fili spinati, delle luci lampeggianti, delle bandiere che sventolano al vento il loro potere distruttivo. La prossima emergenza ci prende il cuore: è il quartiere di Al-Murabba, che sembra quasi abbandonato, ma in realtà gioca un ruolo importante la chiusura della strada alle auto, che qui ci si muove a piedi solo per le primissime necessità di quartiere. E nel cinguettio degli uccelli sotto alla timida vegetazione del giardino di una moschea si accompagna lo schiamazzare felice dei pupilli nella pausa delle lezioni della scuola islamica, i piccoli bus già allineati tra le aiuole di rose per il ritorno alla quotidianità dello stato-famiglia. Negli spazi ufficiali di cantieri che proseguono tossendo la loro narrativa, spunta un lungo viale di palme, un muro di cinta di mattoni antichi, nel sottoscala di un’agenzia di viaggi che promette di volare a chi le dedica un sogno. D’un tratto, ecco bar di narghilè per soli uomini, cuscini allineati lungo la fila di lavatrici, profumi di spezie che invadono l’aria posseduta dal suono incessante dei martelli pneumatici, la polvere che entra negli androni delle vecchie case dai condizionatori appesi al muro, la gente a prendere finalmente possesso delle strade. Questa è Al-Bathaa, il quartiere popolare, popoloso, quello dalle monumentalità segnate sulle mappe, un suk di vestiti occidentali per uomini sotto il portico della mia aspettativa crescente per un semaforo pedonale. Se siamo viaggiatori, e non turisti, sappiamo bene che alle attrazioni dobbiamo dedicare solo il tempo richiesto, spostando la nostra attenzione sulla strada, sulla realtà, su quello che un giorno ci farà ricordare di essere stati qui, oltre alle foto allegate alle pagine di Wikipedia. Forse le mura di argilla e mattoni di fango del palazzo di Al Masmak nel ricalzarsi del fedele alla piccola sala di preghiera, oppure il cancello del suk dell’oro chiuso per il megafono che ripete ossessivamente ‘Allah Akbar’, nel sole caldo della spianata turrita di Safa Square. Forse i portici semplici del desiderio di un macchiato, di un succo di mela, tra i taxi verdi che suonano ai passanti per dare una svolta al loro incedere incerto. Viavai, coda al negozio di telefoni, un uomo che mangia sulla scala esterna di un condominio, ponti a scavalcare il traffico dalla vegetazione spontanea, hotel dalle mattonelle che cadono, gente con la mascherina alle fermate del bus. È un attimo, un’illusione appena; passato il mercato bengalese, oltre gli uffici impolverati di impiegati in pausa pranzo, riparte la città vera, quella spopolata delle succursali del Burger King, degli isolati recintati in attesa di un destino, delle sedie girevoli all’ingresso dei parcheggi, dei complessi residenziali a portici per un centro medico d’eccellenza, bambine cinesi a scrutare la fila di alberelli che separa i sensi di marcia.

Questo è un paese che sta cambiando, allora sarà meglio averlo visitato adesso, vedendolo nella sua condizione per così dire più reale, o sarebbe stato opportuno aspettare che completassero la maggior parte delle nuove attrazioni pianificate, come accade per esempio a chi viaggia oggi a Dubai rispetto alla mia primordiale narrazione degli esordi futuristici della città? Le pareti a vetro verdi non sanno darmi risposta, indirizzandomi al capezzale di un supermercato, sotto ai gradini alti di una pasticceria di grido, tra le file di pneumatici dei garage, alle soglie titubanti dei barber shops, oltre le vetrine refrigerate di una bottiglietta d’acqua da pagare con carta di credito, mentre dall’altra parte della strada giace l’ennesimo compound recintato. Questa auto afflizione miserabile non è in grado di capire dove scorre la vita, fossero anche solo le sneakers nere che compaiono sistematicamente sotto all’abaya delle donne in attesa per una nuova mano di smalto, le macerie che cadono giù dallo scivolo alla vecchia villetta in fase di recupero, le tazze di thè davanti all’uomo che parla al telefono ai tavolini di una strada alberata. Obbediamo a troppi inutili comandi, in questa povera Terra. Quando il sole comincia a calare nel deserto che circonda la città, As-Sulemaniyah si prende gli ultimi battiti del mio cuore tra i dehors dove la gente sta mangiando, i negozi di oggetti per la casa, le pareti decorate a murale con le spade incrociate, le laterali di villette colorate a dare subito quel sentore di comunità ricca all’avanguardia. Devo obliterare anch’io una grande attrazione, questa volta: il metal detector mi spalanca le porte del Kingdom Center, nessuno sguardo inutile alle vetrine del lusso ma un percorso spedito per l’ascensore che sale fino al novantanovesimo piano. La famiglia araba con la tata per bambini piccoli che mi tirano pugni sulle gambe sale con me ad ammirare le foto ricordo del professionista con cavalletto, l’eleganza dai toni neri delle pareti di collegamento, le vetrate dello Sky Bridge a regalare fitte ripetute di agglomerato, lungo la prospettiva rettilinea di ogni sogno architettonico. C’è traffico, adesso, la gente esce dagli uffici della Riyadh Bank, profumi di veli svolazzanti alla luce del domani, nella lobby si svolgono incontri di lavoro, lampioni verdi accendono i loro neon, gli altoparlanti chiamano a raccolta senza troppe pretese, persino qui, che la realtà osservata, per quanto infinitesimale, vale sempre molto di più del sentito dire. Prendiamo la condizione della donna, per esempio. Finiti i tempi in cui comparivano come merce sui documenti del marito, fanno tanta simpatia alla guida dei loro SUV colorati d’oro, con i sorrisi nascosti dalle mascherine, i lunghi capelli lasciati liberi al ristorante, qualche spontanea risata da cameratismo che echeggia in lontananza proprio come una speranza. Sotto i teloni di Prince Mamduh Bin Abdulaziz Street, tra i tavoli dei fast food, delle pasticcerie, dei ristoranti di lusso, Riyadh luccica come una pietra preziosa: il bambino ha appena iniziato a camminare, gli offro il mio momento di riflessione, oltre ai fattoush e ai kobba divini di una cena siriana, nelle sirene di un caffè arabico in bricco, sempre accompagnato ai datteri da esportazione anche agli schermi informativi di chi trasmette il campionato di calcio inglese. Due ragazzi attraversano la strada, salgono gli scalini del loro ufficio, buttando uno sguardo canzonante a chi sta fumando la shisha. I negozi di moda femminile sono ancora aperti, un gruppo di quattro ragazze passa da una vetrina all’altra, una di loro è senza velo. Un expat con la borsa del lavoro entra nel recinto del suo compound, oltre la mezzeria di palme. Gli uomini, si sa, da soli non ce la possono semplicemente fare. E se i più maschilisti avranno sorriso a questa affermazione, li rabboniremo specificando che ci riferiamo per il momento solo ai sauditi, incapaci di verificare una prenotazione di taxi oppure di comunicare al suddetto taxi la destinazione corretta. Fortuna che il tassista indiano sa invertire facilmente il senso di marcia, lungo la direttrice nord-sud della capitale, per puntare senza indugi alla stazione dei bus della SAPTCO nel quartiere periferico e povero di Al-Azziziya, una verifica sottolineata a penna di data e orari prima di un imbarco a caffè in polvere, l’ingresso anteriore destinato alle poche donne ancora in segregazione difensiva contro i molestamenti avvistati sporadicamente lungo le strade dell’Arabia. Dove andiamo noi, oggi? A Jeddah, per sincerarci della diversità delle due anime principali (Najd e Hijaz) che compongono il paese, unificato nel 1932. Oltre alle eredità storiche dello Shabbar nel nord e dell’Asir nel sud, oltre alla terra del petrolio sul golfo, oltre al famoso ‘empty quarter’ occupato dal deserto di Rub-al-Khali (sì, proprio quello della Lampada di Aladino!). Anche calcisticamente si sente questa rivalità, con l’Ittihad di Gedda a combattere stagione dopo stagione contro lo strapotere delle squadre di Riyadh (Hilal, Nassr, Shabab). Otto ragazzi vanno per lavoro sulla costa, sul Mar Rosso, il loro entusiasmo tangibile nel rumore disordinato delle conversazioni, delle passeggiate avanti e indietro al corridoio, nel masticare i semi che offrono anche al turista sconosciuto, in una delle rare interazioni della nota indifferenza locale al diverso che non sembra loro diverso in nulla, alla fine. Uscendo dall’altopiano (Najd significa proprio quello, dopotutto), il paesaggio intercetta subito un canyon di pietra sezionato da un’autostrada che sale e che scende, dai due lati di palazzine commerciali e residenziali di pregevole fattura architettonica, tra i pratini delle oasi lungo i corsi del fiume, attorno alle impressionanti pareti rocciose di un paesaggio da subito vario e che per tutti i mille chilometri saprà sorprendere sempre. Sabbia rossa, a cumuli di dune. Montagne coniche lungo i tralicci dell’elettricità. Camion che trasportano SUV, oppure pickup. Cespugli di vegetazione arbustiva, sullo sfondo di colline desertiche. Formazioni rocciose verticali, nel nulla dell’orizzonte piatto. Villaggi di soste per tappeti che servono la kabsa, il piatto nazionale a base di riso e carne, patatine al gusto di cumino, birre analcoliche aromatizzate alla mela, al lampone, alla fragola. Montagne lontane, tra i recinti dell’estrazione. Alberelli a puntellare i capannoni industriali della vicinanza degli insediamenti. Vecchie stazioni di servizio abbandonate, transennate. Aiuole verdi e grigie a scacchi sotto ai sovrappassi delle uscite autostradali. Mura di cinta che nascondono il sole che tramonta. ‘Saudia!’ esclama orgoglioso, con gli occhi lucidi, uno degli otto ragazzi nell’appropinquarsi di Taif, destinazione storica del nostro itinerario a due mancato, favolosa apparizione di rocce immense ai lati della carreggiata. La strada più spettacolare è quella che vi arriva dalla Mecca, preclusa a questo itinerario diretto che non fa soste intermedie così come a ogni sogno occidentale di compenetrarla, fosse anche solo quello di vedere illuminati di verde i minareti delle sue moschee sante. L’oscurità ha preso possesso dell’asfalto, dei cantieri di lavori stradali, un’infilata di bancarelle di tessuti colorati sembra per un attimo una scena della Città Incantata di Miyazaki. Dove la notte non è notte, puoi accontentarti di vederla sfilare da un finestrino, tra le auto con i fari accesi negli sterrati, i pedoni che camminano nel deserto, i parcheggi per i camion che non proseguono fino al mattino, i pennoni di luci variopinte notturne nei campi agricoli. Jeddah ha circa quattro milioni di abitanti, la metà di Riyadh, ma le ambizioni architettoniche anche qui non sono da meno se la prima cosa che colpisce arrivando sono questi immensi isolati recintati in attesa di demolizione, con le case ancora in piedi a fare un effetto decisamente spettrale.

Ancora più impressionante, icona immediata di fotogrammi futuri che torneranno, è la vista delle zone già demolite, invase dalle macerie e dal buio, per sfondo illuminato la città vecchia patrimonio mondiale dell’UNESCO. Un’ultima svolta tra le aiuole curate e il bus ha concluso il suo cammino, un tassista bengalese il primo ad assicurarsi il mio passaggio per il quartiere settentrionale di Al Naeem nel caos delle auto parcheggiate alla rinfusa fuori dal piccolo edificio della stazione della SAPTCO. La fontana illuminata più alta al mondo si palesa immediatamente, il vento caldo a entrare dai finestrini per riempire il mio cuore di attese, in un colpo d’occhio di fari portuali, eleganti locali di shawarma e moschee dalle cupole che imitano le chiese. L’immagine generale sa subito un po’ di più di Occidente, la sfilata di hotel di lusso lungo la superstrada a tagliare la città attorno al suk dell’argento e i nuovi complessi residenziali. Sta arrivando la Formula 1, a Jeddah, e la suggestione delle magliette ufficiali della scuderia nella hall del raffinato hotel Diwan Residence mi fa scambiare un cuoco per l’ex pilota McLaren Vandoorne; sognavamo di fare i selfie con le nostre celebrità preferite, per una volta, ammettiamolo candidamente. Perlomeno possiamo calmare la fame facilmente, attraversando la strada fino a un fast food delle tante catene presenti nel mercato interno: il piano di sopra è per le families, allora sediamoci di fronte all’ingresso per osservare meglio la folla, in questa splendida, vivace notte del Mar Rosso, carica di aspettative buone come l’inizio dell’estate. Mi hanno fatto anche l’upgrade gratuito, peccato solo non cambino la valuta, ma in fondo i bancomat sono ubiquitari e in questo paese si può lasciare anche una borsa in giro e aspettarsi di ritrovarla esattamente là (è capitato pure a me di vedere un paio di queste situazioni). E fare colazione con gli involtini di vite è una delizia inattesa, prima di scendere in strada ad aspettare l’auto che si fermi a proporre un trasferimento dal prezzo immancabilmente fisso, destinazione Al-Balad Square, sì, sì, il roundabout, ossia l’ingresso monumentale della città vecchia. Tiriamo fuori anche la nostra macchina fotografica digitale, da quando scriviamo la passione per l’arte minimalista è passata in secondo piano, ma qui non possiamo esimerci dal catturare tutti i nostri dettagli architettonici preferiti. Subito gira la testa, e fidatevi stavolta non è il caldo, anche se siamo fissi sui 30 andanti, il primo scorcio ingentilito da un po’ di vegetazione a predisporre subito magnificamente. I nostri contributi non sono certamente fondamentali, né mai avremmo la presunzione di pensarlo, per cui non serve copiare da altri testi per sapere che queste case di quattro-cinque piani risalgono ai tempi in cui Jeddah era un crocevia dell’Impero Ottomano e che sono state costruite in pietra corallina, particolarmente porosa e bisognosa di restauri. No, non assomigliano alle casetorri dello Yemen, che pure ci manca e chi mancherà per sempre, temo, avendo perso l’occasione di accompagnare il cancelliere Schroeder ai tempi della nostra prima Milano. Non si hanno più notizie su quella guerra dimenticata, ora che ce ne è una più vicina, ma nemmeno da molto prima, nell’intreccio di interessi a colpi di bombardamenti tra le diverse correnti islamiche e separatiste. Eppure, a sorpresa gli Houthi dalla loro roccaforte di Saada si faranno vivi, quando noi staremo già lasciando il Mar Rosso, bombardando un deposito di petrolio della Aramco, la compagnia saudita così potente da essere definita l’ennesimo stato nello stato. Vi ho tediato per tre volumi con la mia idea di ciò che gli stati rappresentano; se non avete ancora cambiato idea, non lo farete più, per cui cassiamo la politica e torniamo all’arte. Vagare per le stradine strette e poco affollate di Al Balad spalanca un mondo di vecchi suk e palazzi restaurati, moschee in pietra, porte colorate con tinte vivaci, balconi dipinti di verde, di rosso e d’azzurro, i festoni celebrativi del Ramadan che sta per iniziare a decorare le porte dei negozietti. Lampadine appese ai fili sopra le strade, impalcature che rimandano il suono dei martelli, palme alte che corteggiano le finestre, piazzette silenziose di piastrelle, panchine agghindate con cuscini per poter accomodarsi ad ammirare la meraviglia. Percepiranno la nostra soddisfazione, anche da fuori, e come potrebbe essere altrimenti? Passata l’euforia monumentale delle finestre celesti e dei gattini randagi, portiamo il nostro respiro a regolarizzarsi con le cupole bianche delle nuove moschee, i progetti di teatri per le spianate d’accesso, i monumenti al mare delle chiacchiere calme di due anziani che hanno scavalcato l’ingresso del cantiere, i vecchi hotel polverosi delle comitive turistiche con i numerini da portarsi appresso come una condanna. Le strade di Al-Baghdadiyah regalano tanta di quella quotidianità che da sempre consideriamo come il vero valore aggiunto dei nostri viaggi: ragazzi che escono da scuola e si fermano al supermercato a comprare una lattina di 7 Up, le donne che rincasano con la spesa, la famiglia che esce dal parcheggio col nuovo SUV rosso, il ristorante di pesce al gabbiotto sul lungomare che rimuove le tendine e apre la porta a un nuovo giorno, il nonno che fuma sulla panchina osservando i tre nipoti sulle altalene. Questa zona della città ha un potenziale immenso di baie e insenature non sfruttate, il recinto indica la solita area da riedificare, l’assenza sistematica di alberatura un altro punto d’attenzione, la moschea emette un richiamo suadente senza disturbare il ragazzo in meditazione davanti al suo caffè, nel bar pasticceria della proprietaria elegantemente senza velo. Bevo una spremuta d’arancia, divina, passando a fianco ai tappeti stesi della preghiera dell’agenzia di viaggi, sotto a un viadotto; Al Ruwais è un quartiere non troppo benestante di dedali di stradine sterrate e case a due-tre piani, un ospedale che sembra in tutto e per tutto un hotel di lusso del passato, la solita appendice commerciale con succursali del Subway su entrambi i lati della strada, negozi di frutta e verdura, l’uomo che parcheggia l’auto direttamente nell’antro del gommista pigramente chino sul suo telefono. E l’anziano con il copricapo tradizionale mi indica la via, attraversando in fretta nell’unico momento di sosta del flusso continuo di automobili sulla superstrada che separa la Corniche dal resto della città. Il lungomare dal nome francese si estende infinito, secondo le nostre percezioni limitate: Palestine street è un dolce incedere verso la parte di mezzo (Middle Corniche), al netto delle raffinerie e degli impianti portuali a sud, tra le boutique eleganti di decorazioni per la casa, le tabaccherie che espongono pareti intere di narghilè, un centro commerciale dove riposa la solita succursale dell’onnipresente Starbucks, gli uomini d’affari seduti ai tavolini all’aperto. Al-Hamra, quartiere elegante, qui le palme ondeggiano al vento del Mar Rosso e pongono una serie di domande in successione per le quali potresti dare risposte che non ti saresti mai nemmeno immaginato, prima di venire qui. Tra i lampioni eleganti dell’ennesimo ‘paese di nessuno’ giace il parco delle sculture di cui si può provare (ovviamente sbagliando) a riconoscere la statua opera dell’autore più famoso (Henry Moore), sullo sfondo degli snellissimi minareti della moschea Hassan Enany, dei grandi cartelli rossi che ricordano il divieto di pesca e balneazione. Non seguo le giacche e cravatte, non l’ho mai fatto ma qui è un errore farsi ipnotizzare dalla scena di strada dei bambini sugli scivoli sotto lo sguardo protettivo della mamma: l’ennesima area verde attrezzata a giochi d’infanzia è l’ultima propaggine della città prima dell’area off limits del terribile tribunale di stato, quello che emette continuamente sentenze di decapitazione. Di fronte alla morte certa del tentativo di attraversare la superstrada mi resta la sola opzione del farmi largo tra gli arbusti, sul ciglio di marciapiede a fianco delle mura di sicurezza, tra i bidoni abbandonati dei cantieri delle aziende francesi e le volanti della polizia intente a osservare gli schermi dei propri telefoni. Google Maps anche offline vede la tua posizione e ti dà le distanze, così quando realizzi che mancano 9 chilometri di una strada trafficata che separa sistematicamente i quartieri, senza punti di attrazione oltre agli ospedali privati, alle caserme abbandonate e a qualche albergo occidentale di livello modesto, fermare lo scoramento può andar bene in un bar qualsiasi, con i tavolini fuori che ti facciano sognare quello che stai vivendo. Certo bisogna scontare al simpatico immigrato di un paese non meglio precisato dell’Asia la lentezza endemica, mentre in sottofondo si sentono le voci di chi, nascosto alla vista, sta riparando una cella frigorifera: per preparare una spremuta d’arancia e un caffè, mezz’ora esatta (senza altri clienti). Oltre l’ultima rotonda enorme dei centri commerciali di moda maschile e femminile, oltre il fascinoso ristorante iracheno dove una clientela mista tra abbigliamento tradizionale e occidentale riempie la hall di attese per una volta alta decorata a piatti e vasi, ecco apparire l’ennesima imitazione del cupolone in versione mall a portici, un po’ sciupato. Da un parcheggio enorme escono due donne che vanno a cena, una rara bicicletta a passare con me sulle rarissime strisce pedonali. Qui negli alberghi rifanno le stanze a orari tardi, non si sa se a causa della canzonata pigrizia araba o solamente perché in molti casi il check-out è alle 14; possiamo sederci nel salottino del bar, non susciteremo la benché minima curiosità nel nostro abbigliamento cool, in un progressismo ben celato che mai avremmo pensato così avanzato, nonostante le barriere di un ‘governo’ rimasto all’età della pietra (da lapidazione). Poi bisogna uscire, però, che i ristoranti italiani dal titolo sgrammaticato sono falliti, giustamente, e oltre le mura dei compound il sole sta tramontando nascosto dai grattacieli del lungomare: in un quartiere di villette per sauditi abbienti, tra i sushi bar e i ristoranti coreani, può capitare di trovare persino un locale dedicato alle insalate, la cortesia del padrone al cellulare in una notte che scende tra gli alberi di questa strada laterale tranquilla. Pure l’arredamento predispone bene, con il soffitto d’erba finta, le grandi vetrate e le decorazioni parietali a taglieri umanizzati con occhi, naso e bocca. Il menù con QR code però non è leggibile senza un Wi-Fi e il cameriere svogliato (che vuole restare seduto a sfogliare i video di Tik Tok sul suo telefono) non si offre di farmelo vedere, come mi era accaduto in altri locali. Le cuoche filippine, là in cucina, perdono molto tempo a parlare, al punto da risvegliare dal torpore persino il cameriere: quando servono la mia insalata di cavolfiori, le melanzane sono rimaste a mollo nell’olio per troppo tempo. Voi cosa fate quando una cena a lungo desiderata non vi soddisfa del tutto? Inveite come fa Kyrgios contro l’arbitro? Noi vaghiamo per l’universo da musical di Hira Street, come comparse invitate sul palcoscenico a osservare le movenze dei balletti della quotidianità. Passiamo oltre le quinte dei ristoranti popolari, dei negozi di gioielli, dei centri di riparazione dei telefoni, degli uffici di noleggio auto, dei baracchini in muratura che preparano moccaccini da asporto, sotto i portici dei supermercati dove scorrono i pochi carrelli di una spesa settimanale a bottiglioni d’acqua naturale della Mecca.

La vita deve avere un certo senso di rituale, siete d’accordo? Allora rispolveriamo dal passato lontano di un’ex Unione Sovietica ancora in pace il ricordo di una doppia cena a buffet in quel di Riga e scegliamo la cosa più ovvia, l’autocitazione, il bel ristorante di pesce dall’arredo in legno, un’opportuna zuppa di pesce con tanto di Saudi Champagne (a base di mela, limone, succo d’arancia, menta e soda) per prolungare degnamente le vibrazioni dell’oscurità, dell’ignoto, dell’incontro casuale con lo sconosciuto. Siamo pur sempre i figli del buio, e lo saremo sempre. Tornare sui passi amati della sera prima questa volta è mera necessità, tra le lavatrici portate a mano e gli ingressi nei cortiletti dove ti trovi sempre a sbirciare sospirando. La vista è ormai rapita dall’incredibile installazione a forma di barca persa nelle secche di cemento con tessere di mosaico colorato, così kitsch da essere un monumento celebrato lungo la strada di un sole che batte su qualche raro passante. Ne vedrò altre due simili, probabilmente dello stesso autore: un polpo monumentale alla rotonda alberata, un gruppo di quattro motoscafi a una delle tante piazzole panoramiche lungo i chilometri di palme e spiaggia, di passeggio velato e senza velo, tute gialle di operai dello Sri Lanka a rifare il manto di piastrelle, moschee a portico sull’ultimo riflusso delle onde, quattro ragazze che hanno tolto le scarpe da ginnastica sull’erba e giocano a carte all’ombra della loro libertà condizionata. L’eleganza trasmessa è respirare a pieni polmoni, camminando senza sosta oltre le ruote panoramiche dei luna-park, le torri degli hotel che puntellano lo skyline, le donne chine a nutrire la colonia di piccioni, i negozi di noleggio biciclette colorate. Largamente attese, arrivano le transenne protettive che delimitano il tracciato di Formula 1, ovunque sui cartelloni il claim ‘the fastest street circuit’ in una moltitudine di operai che lavorano alla rinfusa per permettere l’evento di lì a poche ore, cartelli che sfuggono di mano e asfaltature da terminare lungo il viale d’accesso, tribune per concerti di contorno da montare e camion carichi di polvere a fare la spola avanti e indietro dai mega-parcheggi allestiti per isolati chilometrici dietro la pit-lane. Senza soluzione di continuità, si passa da un cantiere all’altro: lo Yacht Club dai nomi delle boutique di lusso già impiantati sulle insegne ad accogliere imbarcazioni che battono bandiere di Bermuda, di Gibilterra e di St. Vincent & Grenadines. Oltre l’ultimo angolo la vista è perfetta sulla famosa moschea ‘fluttuante’, costruita su un’isoletta artificiale di cemento sostenuta da svariati pilastri, la sua cupoletta azzurra a brillare sotto il cielo delle occasioni imminenti. Sono così stanco che per una volta accetto di essere chiamato dentro a un ristorante, un ascensore a spalancarmi la vista spettacolare di una terrazza sul profilo lontano di Jeddah, una birra analcolica in un boccale di cubetti di ghiaccio abbinato a un’insalata con chicchi di melograno in una traslitterazione sconosciuta della nostra felicità. Ora portami via, vento, lontano, molto lontano, voglio inseguire i minareti in stile magrebino dei due custodi, i porticati per le auto fuori dalle ville della borghesia ricca, il retro a magazzini di un centro commerciale dall’aria condizionata sparata, le statue che omaggiano il nostro povero pianeta, i viali di mattonelle che solo io ho percorso a piedi. Lungo un ritorno commerciale che profuma di aerei che decollano oltre una palizzata, ecco fitness center vuoti, bar di spremute, seggiolini per bambini, fast food di ogni tipologia, l’onnipresente catena di farmacie Nahdi, un paio di moschee dall’architettura particolare, tra recinti industriali e tetti ondulati da fungo o da astronave, nel caldo calante dei soliti 34 mila passi quotidiani. La curiosità non può non impossessarsi dei loghi, dei nomi, delle forme dei vari SUV cinesi, proprio come facevamo da bambini con le auto che circolavano attorno a casa: Chery, Haval, Changan, Bestune, rosse, bianche, dorate, gialle, chissà se l’Occidente sa di aver già perso. Non ci piace mai definire le cose con quell’aggettivo cronologico noto come ‘ultimo’, sappiamo solo che questa città ci mancherà da domani e ancora per molto tempo, scriveremo una frase per citare sui social, che nessuno capirà che è una citazione, come sempre. Poi non meravigliamoci se i nostri scritti sono solo per una nicchia nascosta. Il ristorante lo avevamo battezzato addirittura dalla primordialità di un Tripadvisor che qui ha bisogno di crescere, è libanese e va sempre bene, specie se si presenta da fuori con una moltitudine di drappi colorati da Mille e una Notte. Un turbinio di limoni, di ananas, di arance, di melagrane e di mele nella hall ombreggiata ci farà indubbiamente scegliere un bel concentrato da abbinare a una versione curiosa del kebab, servito in piccolissime piadine attorno a un letto di uova al pomodoro, mentre ai vari tavoli l’inglese si alterna all’arabo. Poi seguiremo l’indicazione del tassista fermo ad aspettare il suo immediato, saliremo un private lift dopo aver incrociato in corridoio la fuga della nostra controfigura, tra i volantini pubblicitari del nostro cuore che batte forte. Ai divanetti avremo una richiesta semplice da bar sulle stelle, le luci ad abbassarsi per l’ingresso della notte, la musica a ripartire non appena verificata dalla finestra la fine della preghiera nella vicina moschea. Anche in Arabia va forte l’hip hop, e non è neppure male, anche se la nostra placida osservazione di un’ora di boccate al gusto mela, alternate al cardamomo nel caffè, si sofferma essenzialmente sulle affascinanti clienti femminili del luogo. Arrivano a coppie o in gruppi più numerosi, un paio di avventrici addirittura solitarie, che nemmeno a Milano ci sono così tante ragazze da sole al pub la sera. Ci siamo alzati prima di finire, per non avere paura di salutare. Ora ci dicono di cercare qualcosa fuori (‘outside!’), ma è solo un’illusione. Siamo già sul bus, passiamo anche dal nostro hotel mancato e da casa hanno capito facilmente l’antifona: ripetere il tragitto di undici ore con pausa di mezz’ora lungo le profondità del deserto arabico non sarà semplice, senza l’entusiasmo della prima volta. Serve un nuovo libro da leggere, un altro che abbiamo in testa da un po’ da pianificare meglio mentre le oasi offrono il loro tributo alle trivelle, nel solito percorso che circumnaviga a distanza la più famosa delle città sante. Medina (dove Maometto si rifugiò) dicono invece che sia più accessibile; addirittura, un turista milanese non troppo simpatico, prodigo di recensioni a una e due stelle per questo splendido paese, mostrò svariate foto della città, andando in giro con una guida del posto. Per me invece resterà un’invocazione, proprio come Yanbu con i suoi fondali, Abha con le sue montagne. King Abdullah Economic City (KAEC), non infierite, grazie. ‘Riyadh!’ aveva detto con soddisfazione malcelata l’uomo d’affari filippino, annunciando l’imbarco del nostro bus nel girarsi verso il resto della disordinata coda: in totale circa 15 persone, compresa una madre con due figli, un uomo che tossiva, un arabo vestito di stracci, un paio di giovani rampanti, un islamico vestito alla maniera dell’osservanza. Alla sosta inattesa per caricare una persona sul bus, ormai sotto l’egida delle luci verdi lampeggianti, tra i supermercati già chiusi della località polverosa di Ar Ruwaidhah, ci alzeremo tutti in piedi guardandoci a uno a uno, come in un film giallo quando si cerca di capire chi degli altri sia il colpevole del delitto. Non finirà così, purtroppo, perché il bus farà altre due soste (con tanto di inversione di marcia) al ponte di immissione dell’autostrada nella successiva cittadina di Al Quwaiiyah, facendoci (sacrilegio!) persino desiderare di pernottare in loco, un po’ per la consapevolezza di ciò che ci aspetta e un po’ per l’incredibile infilata di ristoranti greci e bar a maxischermo della sorprendente strada centrale del posto. ‘Riyadh? Car! Car!’ va ripetendo il tassista islamico che ho recuperato dopo una strigliata del suo responsabile all’uscita della stazione dei bus, riferendosi agli inevitabili traffic jams di questo orario per noi tutto sommato tranquillo (le dieci di sera). Ci mette molto del suo, però: prima schiva le superstrade da incolonnamento per strade interne di gommisti, immancabilmente costrette a semafori dalla lunghezza esasperante, poi manca l’uscita giusta ritardando di un lungo giro dell’isolato l’approdo in un quartiere informe che nemmeno la gente del posto conosce, un ristorante di pesce ancora affollato di kefiah a illudermi per l’ultima volta di poter cenare anche a tarda ora. Questa è la location originaria della prima progettata vacanza saltata nel 2020: per la notte conclusiva dell’avventura saudita non ci siamo voluti privare dell’esperienza del livello più basso, tra questi ’apartment hotels’ che strizzano l’occhio ai motel in zone di fatto periferiche.

La stanchezza dell’ultimo estenuante trasferimento in taxi non è però destinata a rilassarsi: già da lontano il burbero receptionist scuote la testa, annunciando che l’hotel è andato in overbooking a causa del mio ‘no show’ (si dice così in gergo, anche se sono solo le undici e avevo annunciato via e-mail il mio arrivo tardivo). Non perdiamo la calma, non troppo perlomeno: dall’altra parte della strada c’è la concorrenza, che ha prezzi persino un filo più bassi; il giovane impiegato dispiaciuto che parla due parole d’inglese attraversa con me portando le mie domande fino dagli amici indiani dell’altra proprietà, due persone sdraiate sui divanetti davanti a un’eterna tazza di caffè. Al-Muruj è il nulla, la solitudine della notte che ti concede solo qualche piastrella, qualche tendone, qualche saracinesca, un salto al ventiquattrore per colorare con la birra alla mela la tensione passata delle fotocopie del passaporto. Le salviette le recupererò domattina, per ora mi basta un cuscino, anche se ci sono pure la playstation, la lavatrice e la lavastoviglie, perché le famiglie saudite vengono tipicamente a passare l’inizio del venerdì festivo in queste strutture. Riyadh non è cambiata, ancora. E i negozi di fiori sono l’unico segno di vita nel mattino festivo, seggiole bianche di plastica per i venditori fuori dalla strip a vasi e piante importanti. Poi ricomincia la triste sfilata di fermate non completate della metropolitana, nel silenzio assordante delle auto che stranamente non passano fino a mattina inoltrata, per sfondo i tanti grattacieli recenti della città: la Nakheel Tower (200m) dell’omonimo quartiere benestante che ci è sfuggito, il Majdoul (244m) che si torce, il Bury Rafal (300m) che ospita un hotel, la Capital Market Authority Tower (385m) scortata da damigelle minori. Forse per provare a gustarsi queste ore vale la pena andare in giro anche con il trolley, cercando espressioni di street art ai muri perimetrali di un bar, osservando il lento risveglio della comunità dopo le ore calde passate in casa, nelle tende spiegate dei bar in strada ad Al Mohammadiyah. Questa zona elegante dovrebbe essere frequentata anche dai famigerati expats, si dice, anche se io non ne ho visto nemmeno uno. Qui i bambini corrono attorno alla grande fontana dello spazio centrale, nella piazza comunitaria attrezzata a pasticcerie, boutique e ristoranti. Coppie mangiano un baby chicken su salsa di avocado, cumino e ceci, gruppi di giovani vestiti all’occidentale ciondolano come a ogni altra latitudine alla stessa età, famiglie numerose si gustano dalle balconate il panorama sullo skyline in divenire di questa incredibile capitale.

Poi viene quel momento che vorresti non arrivasse mai, quando guardi l’orologio e non sai più bene cosa fare. In tempi di COVID chissà quali documenti strani potrebbero richiederti in aeroporto, così meglio prendere un taxi per tempo, anche per ammirare un’ultima volta la città con le luci sognanti del tramonto, dalle sue strade piene di gru di un domani in lista d’attesa, un domani che non ci vedrà. Mi giro di spalle per guardare la Kingdom Tower dalla lunetta posteriore.

Non si vede già più.

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